“Newsletter del 7 ottobre 2015”

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Libreria Utopia via Marsala, 2 Milano MM Moscova libreriautopiamilano@gmail.com

Newsletter del 7 OTTOBRE 2015
a cura DELLA LIBRERIA UTOPIA

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In questo numero:

Newsletter del 7 ottobre.

Cari lettori,

anche questa volta vi offriamo anticipazioni e assaggi dei due libri che stiamo per pubblicare, allo scopo di ingolosirvi e suscitare la vostra curiosità. Di seguito potete leggere come iniziano, farvi un’idea dello stile e della qualità della scrittura dei nostri autori. Ci piace il fatto che siano così diversi: brillante, ironico e con un occhio attento a cogliere i dettagli paradossali della quotidianità, il Ritrattista è un irresistibile giallo con venature umoristiche ma anche un romanzo realista; La scrittura di Frieda invece si avvale di più registri linguistici, di più voci, tanto che si può dire che contenga più romanzi, ed è notevole la capacità di mimesi dell’autore con i diversi tempi, luoghi e personaggi. Potete prenotare la vostra copia scrivendo a libreriautopia@tiscali.it o telefonando al 0229003324

Da “Il Ritrattista” di Carlo Buccheri, il prologo.

Corsico (Milano), Negozio Ikea

mercoledì 27 giugno 2012

3

Alle cinque in punto Salvatore Sportaiuolo, come tutte le mattine, entrò all’Ikea. Da un anno a questa parte il suo compito era togliere la polvere sui mobili del terzo piano: divani, librerie e cucine. Attaccava quando smontavano gli uomini della cooperativa Fulgida, che sbrigava le pulizie vere e proprie. Con la crisi erano tornati a pulire i cessi e i pavimenti anche gli italiani. Fino a qualche anno prima, invece, erano tutti indiani. Salvatore era un tipo basso e tarchiato, con una fronte attraversata da due sole rughe, ma pronunciate come solchi. Due linee del tempo che facevano contrasto con gli occhi verdi che ancora non si era capito da chi li aveva presi. Erano ormai dieci anni che lavorava all’Ikea. Ci entrava col passo trascinato quando ancora l’edificio era deserto. Prima di arrivare si fermava da Antonio, un casertano come lui che aveva un baretto sulla strada. Tra loro c’era un’amicizia tutta intesa e silenzi. Non si parlavano mai perché alle cinque del mattino nessuno dei due era in grado di proferire parola, ma si capivano al volo. Salvatore dava un colpo di clacson e Antonio, mentre l’amico parcheggiava, gli preparava cappuccino e cornetto e glieli piazzava sul bancone. Nelle mattine di giugno il tempo di bere il cappuccino era lo stesso che il sole impiegava a spuntare sulla tangenziale e a scrollarsi di dosso la foschia di smog, che pare essere l’unica caratteristica del comune di Corsico. Quando Salvatore posava le monete sul banco si ripetevano queste battute:

Statti bene Antò.”

Pure tu, Sasà.”

Dopo quel saluto alla terrona maniera la solita giornata aveva inizio. Prima all’interno dell’acquistificio Salvatore faceva il magazziniere. Prima però, quando ancora stava con la moglie, il figlio sembrava un adolescente di discrete speranze e le due rughe sulla fronte non c’erano. Poi un giorno è arrivata la crisi e per Salvatore sono iniziati guai uno appresso all’altro: la moglie se n’è andata, il posto di lavoro è saltato e il figlio ha iniziato a spacciare e a fare la conoscenza di un buon numero di commissariati. E nelle domeniche che lo vedeva non c’era verso di spiegargli che lavorare è utile e tenere la testa sulle spalle è necessario perché Luca, che le superiori manco le aveva finite, aveva una parlantina affilata e gli rispondeva pressappoco così: “Papà io lo so che sei un bravo guaglione ma, vedi, quando io ho venduto queste caramelle -e si rimbalzava in mano una manciata di pastiglie verdine- ed è una cosa che faccio in venti minuti, ho guadagnato quanto tu tiri su in una settimana alzandoti alle quattro del mattino e facendoti il culo per quei cazzo di nazisti svedesi, per non parlare di quello che dovevi sopportare quando facevi il muratore per quello stronzo di Codispoti o come si chiamava lui e che non ti ha nemmeno finito di pagare…” Salvatore a quelle parole evidenziava i solchi della fronte e non sapeva più che rispondere. Continuava a inforcare i maccheroni con la testa nel piatto e il discorso finiva lì.

Quando quella mattina varcò la solita soglia gialla e blu Salvatore stava pensando alle caramelle che Luca si rimbalzava in mano, al fatto che forse il ragionamento del figlio filava più di quanto credesse, alla moglie che chissà con chi dormiva adesso, all’estate che stava arrivando e gli metteva voglia di avere la pelle calda di mare e insomma alla vita, che è più o meno una balordaggine in cui è difficile raccapezzarsi. Ci stava pensando così intensamente, alla vita, che passò tre volte il badge nel verso opposto e, soprattutto, non si accorse che dietro di lui un’ombra mise un pezzetto di legno simile a una molletta per terra in modo che il maniglione antipanico non si chiudesse del tutto.

Salvatore spolverò i mobili Malm, i divani Karlstad e infine passò alle cucine Factum, facendoci stare pure questa considerazione essenziale, che non si stancava di ripetere: “Che nomi di merda che ha l’Ikea. Mio dio che nomi di merda.”

Pensava a tutto questo, e forse ad altre cose ancora, mentre andava verso le cucine Factum. Quello che invece sicuramente non pensava è che quel 27 di giugno Dio, o chi per Lui, gli aveva preparato un bel capolavoro che gli avrebbe tenuto occupata la mente in maniera esclusiva per molti e molti giorni.

Dal fondo di una sala arrivava un fascio di luce forte e fredda. Salvatore si avvicinò corrugando la fronte e rallentando il passo e quello che si trovò davanti fu una scena che difficilmente avrebbe dimenticato.

Allora, ripeti per l’ultima volta.”

Commissario, gliel’ho già detto.”

Eh ma io sono anziano, me lo devi ripetere. Finché non capisco bene, tu me lo devi ripetere.”

D’accordo -col fare scocciato di chi recita una brutta poesia a memoria- dopo aver pulito di sotto sono salito, c’era questa luce che pareva un set fotografico e mi sono avvicinato. Ho visto quello schifo, ho vomitato, ho preso il cellulare e ho chiamato il 113.”

Seduta su una sedia da cucina, con la schiena appoggiata e con la testa ribaltata all’indietro, c’era una donna sui settant’anni con addosso un grembiule e un grosso cucchiaio di legno infilato in gola per metà. Per non farla cadere le avevano inchiodato le mani sul tavolo di legno. Sul muro c’era scritto: “Cerea.”

Da “Frieda” di Christophe Palomar #christophepalomar
3
Dunque sono vivo. L’inverno sta finendo e io sono vivo. Nonostante la malattia che mi allontana dal mondo da quasi sei mesi. Sei mesi interminabili di sofferenza, rassegnazione, di speranza sciocca che questa faccenda si risolva con una guarigione. Per essere onesti, il dottor Grasler non ha mai menzionato questa parola lontana, anche se il modo in cui oggi ha parlato di cure future fa pensare che un esito dignitoso sia ancora possibile.

Gerlinde mi rimbocca le coperte con attenzione e mi guarda come se c’entrassi qualcosa con quello che lei probabilmente considera un miracolo. Il suo attaccamento a questo vecchio corpo mi commuove in qualche modo, mi infastidisce anche. Il suo modo di lavarlo, strofinarlo, fa pensare a un mobile. Alzando gli occhi al soffitto, mi concedo qualche ricordo.

Mi ricordo per esempio di una grande festa con delle risa. Era qualche giorno prima che il freddo si abbattesse come uno schiaffo sulle nostre nuche scurite da un autunno di miele. Si festeggiava il mio settantesimo compleanno, tutti mi trovavano raggiante, sono stato ricoperto di parole gentili. Nessuno, in effetti, mi dava la mia età.

E poi c’è stato l’arrivo improvviso della neve e del dolore. In meno di un’ora, Spittal si coprì di un manto spesso di cotone bianco. Leggendo la sofferenza sul mio volto, Gerlinde preparò degli infusi e fece scorrere l’acqua per il bagno, affidando le mie gambe livide alle creme e alle preghiere. Passò qualche giorno, con dei miglioramenti e delle ricadute, poi la mia condizione si aggravò. Il dottor Graesler dovette impiegare tutta la sua arte per sembrare rassicurante. Alla maniera di un veterinario, le sue mani impudiche tastarono un corpo vecchio almeno quanto il suo, soffermandosi qua e là seguendo una logica muta. Poi si ritirò, lasciando a Gerlinde la premura di procurarsi dei farmaci probabilmente inutili. I mesi che seguirono furono terribili.
Gente che non vedevo da secoli posava sguardi contriti sulle mie lenzuola inamidate. In lontananza sentivo dei sussurri, dei mormorii. La mia stanza e il mio corpo avevano lo stesso odore di morte. Eppure, qualcosa mi legava ancora alla vita.

La visita di questa mattina mi è sembrata interminabile, probabilmente a causa dei gesti delle mani, che sanno e non dicono niente. In attesa di un verdetto che sapevo essere senza appello, ho distolto lo sguardo dirigendolo verso la valigetta indifferente al mio destino, pregandola di mostrarsi indulgente. L’apprendimento della morte è un’illusione.

Dunque sto meglio, o almeno così sembrano dire il vecchio dottore e il volto di Gerlinde. Diciamo che sono ancora in vita e che vivrò probabilmente più a lungo di quanto non immaginassi soltanto ieri. Ho notato che gli alberi del cortile sono già pieni di gemme. Come una liberazione, l’aria di aprile passa sul mio corpo ormai calmo, mi offre l’opportunità di ricominciare. Il mio cervello è al lavoro, la stanza che delimita il mio spazio gli offre un primo viaggio.

Con un certo stupore, noto che gli oggetti, i soprammobili, sono ancora lì. La loro fedeltà mi commuove. Non saprei dire quale mi sia più caro, ma osservandoli con occhio nuovo e insieme più saggio, capisco come la loro disposizione riassuma quello che si dice la vita di un uomo. Un labirinto si apre dinanzi a me, rivela misteri che mi furono familiari. Alla mia età, la memoria è incontestabilmente il muscolo più flessibile.

Sto giocando con i ricordi e i loro strumenti, per distinguerli, confonderli. Passa qualche tempo, intervallato da cure e da momenti di sonnolenza. Avverto un’assenza, un’inspiegabile mancanza che il senno chiamerebbe invece un errore. Gerlinde sorride della mia richiesta, è la prima volta dall’inizio della malattia. Apre i cassetti con fare impacciato e finalmente trova ciò che in realtà si impone da subito in cima al mio inventario. Si tratta di un taccuino in pelle marrone che mi è stato affidato quasi cinquant’anni fa. Da allora, quante volte sono tornato a questa scrittura sottile, sfuggita come per miracolo all’azione dell’acqua? Quante volte mi sarò commosso pensando a questa confessione che mi è toccata senza motivo, al suo autore anonimo, alla sua traccia in grado di resistere al corso sbiadito del tempo?

Il Tempo. La parola mi restituisce tutta la mia giovinezza e insieme l’idea folle di studiarne gli effetti, donde il mio precoce orientamento per la professione di geologo. Poco dopo il diploma, fui designato per rappresentare il mio paese in alcune missioni all’estero. Siccome amavo i viaggi, presi questa nomina come un segno del destino. Il mondo era appena uscito dalla guerra, così come il mio paese che ricominciava a vivere dopo essere sprofondato per due volte in meno di trent’anni. Ero stato un orfano piuttosto sfortunato. E ora ero un giovane adulto indifferente al destino delle grandi famiglie irrimediabilmente fatte a pezzi.

Queste missioni, organizzate e finanziate da un ricco istituto internazionale, erano state progettate per studiare le poche regioni che gli uomini non avevano avuto il tempo di trasformare in cenere. Il primo di noi a essere promosso, un tipo tozzo e gioviale, partì per l’Africa sub-sahariana. Il mio compagno Johannes venne destinato al Canada occidentale, di gran lunga la missione più prestigiosa. Quanto a me, una firma illeggibile aveva deciso di mandarmi a studiare i contrafforti della cordigliera delle Ande.

Eravamo una ventina, ci dirigeva un grande geologo svedese. Credo che io fossi il più giovane e in ogni caso ero l’unico austriaco. Facevo coppia con un fiammingo che parlava poco e beveva molto. Scavavamo tutto il giorno affiancati da due gauchos che giuravano di non avere sangue indio. La sera montavamo le nostre tende e ci addormentavamo come sassi. Lentamente ci dimenticavamo dell’Europa.

Un giorno fummo colpiti da piogge torrenziali che sradicarono tutto al loro passaggio. Dovemmo allora ripararci sotto un tetto di fortuna costruito, mi disse qualcuno, da cercatori d’oro, più probabilmente contrabbandieri in fuga. Dopo le piogge, che durarono quasi una settimana, le acque avevano causato danni notevoli. Un fango color grigio e ocra ricopriva l’intero paesaggio.

Non lontano da me vidi tre uomini estrarre un corpo; con un certo disgusto aiutai a tirare fuori lo sfortunato dall’impasto appiccicoso che lo aveva soffocato. L’argilla liberò un giovane volto di un’innocenza toccante. L’espressione quasi tranquilla lasciava supporre una morte rapida e inattesa, causata da inesperienza e ingenuità, probabilmente. Tutto in lui indicava un’origine europea.

Mettemmo al riparo il giovane corpo irrigidito che uno dei gauchos perquisì minuziosamente. Trovò qualche oggetto che volle distribuire. Fra le altre cose, c’era un taccuino molto malconcio che in un primo momento rifiutai. Feci asciugare le pagine una a una. Il sole nel frattempo era tornato a battere con violenza. Evaporando, l’acqua liberava finissime tracce blu, praticamente illeggibili. Decifrai le prime pagine, poi anche le ultime e il corpo centrale. Era come entrare in una casa senza esservi stato invitato.

Si trattava di un lungo monologo e di una lettera di risposta. Un uomo di una certa età e di un certo rango si confidava a un uomo più giovane di lui, mentre la lettera finale era la risposta di un figlio a un padre. Con ogni probabilità, la lettera non trovò mai il suo lettore e fu scritta appena poche ore prima della morte del ragazzo. L’aveva anche provocata?

A prima vista, questa storia assomigliava a una finzione tanto gli elementi si concatenavano con agilità e forza. Alla seconda lettura, mi sforzai di fare astrazione dal mio temperamento, dalla professione che mi aveva scelto, e mi parve tutto sommato possibile che la vita di un uomo potesse contenere tanta sostanza e tanta leggerezza. Alla terza lettura, provai una strana sensazione, un fastidio alla gola. Siccome tutto ciò non presagiva nulla di buono, mi dimenticai del testamento anonimo per riprendere il corso della mia vita.

 

A presto e buone letture!

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