Newsletter del 22 ottobre 2015

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Libreria Utopia via Marsala, 2 Milano MM Moscova libreriautopiamilano@gmail.com

Newsletter del 22 ottobre 2015
A CURA DELLA LIBRERIA UTOPIA

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In questo numero:

Cari lettori,

la lavorazione dei primi due titoli di Libreria Utopia Editrice continua e vi proponiamo alcuni estratti da Il Ritrattista di Carlo Buccheri e da Frieda di Christophe Palomar. Fin da ora potete prenotarli telefonando allo 0229003324 o scrivendo a libreriautopia@tiscali.it. Buona lettura!

Capitolo 1

ALFIO CAFIERO

Milano, Corriere della Sera

giovedì 28 giugno 2012

Nella sua immaginazione la redazione di un giornale era un luogo esaltante, dove il tempo scorre veloce tra notizie che arrivano su fogli volanti, belle segretarie che si affrettano a riportare agenzie stampa e dove si susseguono riunioni tra giornalisti amici che collaborano tra loro per scoprire il Vero e avviare scomode indagini. Ed era anche un luogo dove si hanno a disposizione tutti i ferri del mestiere: risme di carta, fax, telefono, scrivanie… Bè, le cose non stavano esattamente così. Da quando Alfio Cafiero lavorava al Corriere della Sera, non aveva neanche una sua scrivania, ma un anonimo tavolinetto marrone rimediato da chissà quale magazzino. Gliel’avevano piazzato lì, di fianco al vero giornalista, capelli sale e pepe, occhiali sul naso, giacca che odora di tabacco e occhio scrutatore. Uno di quelli che non sa evitare di metterti a disagio, che sembra sospetti sempre che il crimine su cui si indaga o si scrive, in fondo, può essere che l’abbia commesso proprio tu. Il vero giornalista rispondeva al nome di dottor Gianpietro Teruzzi. E guai a dimenticarsi di citare il titolo prima del cognome. Ad Alfio col dottor Teruzzi veniva sempre da chiedere scusa.

Scusi, posso rubarle un secondo la biro?”

Scusi, dottor Teruzzi, secondo lei il pezzo così regge?”

E via di questo passo. Quello, invece, sembrava privo anche delle più elementari regole della convivenza civile. Niente saluti, niente per favore, niente grazie e prego. Teruzzi era solo cenni, versi e, se di buon umore, bofonchi. Eppure, in fondo e nonostante tutto, Alfio quel vecchio giornalista con la faccia da Walter Matthau lo stimava. Forse perché le persone vecchio stile gli davano sicurezza o forse perché Teruzzi gli ricordava suo zio. Tutt’altra pasta d’uomo, intendiamoci. Però con quella stessa faccia sottile e imbronciata. Con lo zio Antonio, per tutte le estati del liceo, Alfio aveva passato il tempo a caricare casse di frutta e andare in giro col motocarro a distribuirle a piccoli empori e posterie. Era stato forse il periodo più bello della sua vita, o perlomeno così l’aveva archiviato. Andare per ore nel sole che non vuole tramontare e che affoga di luce tutte le strade di Minervino. Che spettacolo andare così, dondolato dal motocarro e con la mano fuori dal finestrello! Ora, invece, da via Solferino, pareva impossibile ma si riusciva a vedere a malapena un palazzo. Per carità, un palazzo molto bello; ma che fuori piovesse o ci fosse il sole, che ci fosse una luce accecante o quella nebbiolina sciapa che ti slava la pelle, non si poteva sapere. In redazione si viveva solo di aria condizionata, tende bianche e luci a palla del neon. Fosse stato per lui, lì dentro ci sarebbe stato sempre con gli occhiali da sole. Ma, si sa, uno stagista non può fare niente di strano. Uno stagista c’è, lavora, ma di fatto non deve farsi notare. Uno stagista deve essere attivo ma allo stesso tempo deve essere in grado di trasformarsi in un poster. Alfio lo aveva capito dal primo giorno, e per via della sua naturale combattività aveva scelto di essere il poster di Rambo.

Quindi niente scrivania. E non solo. Niente telefono e niente stampante. Computer sì, un pc che ogni tanto si impallava ma su cui si scriveva bene. Lì sopra batteva i suoi pezzi di cronaca nera, i soliti trafiletti che non legge nessuno piazzati tra la trentesima e la quarantesima pagina. Tamponamenti in galleria, qualche delitto passionale alla periferia di Milano, storie di spaccio… roba così. Roba da stagista.

Introduzione a Frieda di #christophepalomar#

Sarebbe bello iniziare questo scritto con “Un manoscritto, come sempre” o dire che devo la scoperta di Frieda alla congiunzione di uno specchio e di un’enciclopedia. Un tale incipit mi assicurerebbe la benevolenza dei lettori e con meno imbarazzo anch’io potrei dire che devo a una fortunata coincidenza la scoperta del romanzo che avete tra le mani.

Potrei chiedervi di immaginarmi un’estate di molti anni fa su un treno che da Graz mi stesse riportando a Milano e che, volendo ammirare il Castello di Duino risplendente sul mare di Trieste nella luce del tramonto, mi accorsi che il mio vicino di posto, sceso frettolosamente qualche ora prima, aveva dimenticato sulla rete portabagagli un grosso scartafaccio del quale una parte stava per volare fuori dal finestrino che avevo abbassato. Riuscii a salvare tutti i fogli, credo, e mi misi a riordinarli. Probabilmente si trattava di scritti di carattere molto personale, come lettere o diari, e in effetti, in mezzo trovai un taccuino gualcito e notai scorrendolo che c’erano nomi che ritornavano con una certa regolarità, Frieda, Joachim e Tilly, o Von Tilly. Sempre più incuriosito, mi misi comodo e iniziai a leggere, la strada per Milano era ancora molto lunga…

Un geologo austriaco, forse il mio vicino di posto sul treno, ritrova fortuitamente fra gli effetti personali di un giovane, morto tragicamente in Argentina negli anni cinquanta, un taccuino contenente la trascrizione di un lungo monologo in cui “un uomo di una certa età e di un certo rango”, l’undicesimo discendente del conte Von Tilly, vincitore della battaglia di Weissenberg, si confida a un uomo molto più giovane di lui, suo figlio probabilmente, e una disperata lettera di risposta, scritta dal figlio di getto in una notte, lettera che probabilmente non trovò mai il suo destinatario. Il geologo si trova come impigliato dal vento della storia che spira dalle pagine e, con l’acribia forse tipica della sua professione, dedica circa cinquant’anni della sua vita al loro studio e sistemazione, per cercare di dare un volto e un nome ai protagonisti della vicenda. Dalle sue ricerche sappiamo che tutti i fatti storici riportati sono reali: le due guerre mondiali, la repubblica di Weimar, il nazismo, l’Argentina nei primi decenni del 900, così come molti dei personaggi di questa narrazione sono realmente esistiti (Walter Rathenau, Egon Schiele, Oskar Kokoschka, Witold Gombrowicz), ma rimane il dubbio sulla reale esistenza di Joachim Von Tilly, la principale voce narrante, perchè non ci sono documenti che la attestino. Joachim è anche il nome del suo mentore, maestro ed iniziatore alla vita “In meno di due ore, egli cambiò il mio modo di essere. E ben presto non era più Joachim che vedevo nel mondo, ma il mondo attraverso lo sguardo di Joachim”. Ma il giovane Joachim deve al suo omonimo soprattutto la conoscenza di Frieda Von Richtofen, cugina del Barone Rosso, moglie e musa di D.H Lawrence. Frieda attraversa e domina, anche senza la sua presenza concreta, la narrazione della vita del protagonista, è il suo grande amore mai realizzato, il suo pensiero dominante. Da lei impara a desiderare come da Joachim impara a vivere. Frieda, con la sua aristocratica spezzatura nei confronti dei piaceri e del mondo, incarna un ideale, forse anche materno, a cui Joachim, e alla fine anche il figlio, tenderà per tutta la vita. Sarebbe possibile dare una chiave di lettura psicoanalitica del rapporto tra Frieda e Joachim, ma mi limito a dire che più probabilmente Frieda rappresenta un passato luminoso e idilliaco, più sognato che reale, di un mondo travolto dalla storia, di cui non rimangono che poche tracce e brandelli nella vita e nella memoria di Joachim. Brandelli che sono però il suo unico tesoro.

Tornato a Milano, tentai inutilmente di mettermi in contatto con il proprietario del manoscritto. Lo inviai a un indirizzo di Trieste che trovai sulla prima pagina accompagnato da una lettera in cui chiedevo informazioni sulla sua identità: era il geologo austriaco? era un Von Tilly? aveva intenzione di pubblicare questa storia a cui anch’io continuavo a pensare come a un grande romanzo sul novecento (mi venne anche in mente un titolo e un sottotitolo: “Frieda. Un’educazione sentimentale del novecento”, che gli proposi) Dopo diverso tempo ricevetti una laconica cartolina in cui il mittente mi ringraziava, mi assicurava di non essere né il geologo né Von Tilly , mi diceva che lo scartafaccio era sua proprietà personale e privatissima, a cui teneva moltissimo, e che non aveva intenzione di pubblicarlo. La cartolina veniva dall’Argentina e il mittente si firmava Christophe Palomar. #christophepalomar#

Lucio Morawetz.

Inoltre vi segnaliamo…

Domenica 25 ottobre ha inizio il ciclo di incontri “Letteratura e psicoanalisi: il gruppo esperienziale attraverso l’esperienza della lettura” in collaborazione con l’ Istituto Italiano di Psicoanalisi di Gruppo e del Centro Ricerche Psicoanalitiche di gruppo.

A cura di Chiara Mauri, Pietro Rizzi, Dora Rossi, Luigi Valera.

Il gruppo di lettura, come modalità co-soggettiva di fruizione di un testo, è di per sé già un gruppo esperienziale: è il gruppo a produrre il testo (nella cooperazione autore/lettore) e se stesso in quanto gruppo che svolge un tema. La lettura di testi anche divulgativi e “popolari” non è mai ingenua se fatta con l’ intenzione di individuare un testo implicito fra le righe e nella dinamica del gruppo. I partecipanti incontrano allora, gradualmente, i cambiamenti che la lettura condivisa del testo produce nell’interazione gruppale e viceversa, facendo risuonare le emozioni che nascono da un’esperienza sempre più intensa di appartenenza al mondo dello scrivere e pensare.

Domenica 25 ottobre alle 16,00 ‘Traumi e Menzogne. Letteratura e psicoanalisi’ . I testi di riferimento sono M.Lavagetto, Palinsesti freudiani (in particolare il capitolo ‘un ricordo di infanzia di Leonardo Da Vinci’), M.Bachtin, Freudismo, D. Giglioli, Senza Trauma e Critica della vittima. Dalla psicoanalisi della letteratura alla semiotica del testo freudiano.

A cura di Pietro Rizzi e Lucio Morawetz

Gruppi di lettura a cura di Chiara Mauri, Pietro Rizzi, Dora Rossi, Luigi Valera.

Domenica 15 dalle 11.00

I.Yalom, Le lacrime di Nietzsche

Altri testi di riferimento: L.A.Salomè, Ricordando la mia vita, F.Nietzche, La Mia vita oppure Ecce Homo

Il romanzo storico sul rapporto di Nietzsche con Breuer e Freud incrociato con i ricordi di Lou Andreas Salomè, amica di Nietzsche e allieva di Freud, e le memorie del filosofo.

Coordinano Dora Rossi e Pietro Rizzi

Domenica 29

I.Yalom La cura Schopenhauer

Altri testi di riferimento: P. Roth, Il lamento di Portnoy e I.Svevo, La coscienza di Zeno

Tre romanzi su come funziona la psicoterapia. Confrontare Roth e Svevo con Yalom per sottolineare la differenza fra il punto di vista del terapeuta e quello degli analizzati e la loro interazione.

Chiara Mauri e Luigi Valera.

Il ciclo di incontri ed in particolare quello di domenica 25 prende spunto da queste riflessioni di Pietro Rizzi, psicoanalista SPI e docente di Psicologia Dinamica, che volentieri pubblichiamo.

Letteratura e Psicoanalisi. Un possibile dossier.

1

Il XX secolo, “età dell’ansia”. Il XIX secolo, età dei traumi.

Hegel e Napoleone a Jena. Lo Spirito in marcia nella Storia del mondo lascia dietro di sé la distruzione del mondo “di allora”. Hegel mette lo Spirito al riparo nello Stato etico, idest lo Stato prussiano. “La violenza” dirà, “è la levatrice della Storia”. La frase è ripresa da Marx.

Ma allora, come reagire alla crisi di tutte le certezze? In letteratura, scrivendo “opere/mondo” come il Faust goethiano o creando mondi/specchio del mondo, i grandi romanzi che ridisegnano il reale imitandolo (all’apparenza) perfettamente. In tutta Europa il grande romanzo borghese celebra i fasti della classe in ascesa e ormai dominante, esorcizzando implicitamente le ombre, o le crepe, del quadro.

Altrove, è la Scienza a svolgere il ruolo di custode della certezza. Non meno importante il ruolo di quella che sembra essere l’ancella del sapere scientifico, e in realtà spesso lo guida, la Tecnica e la tecnologia.

Tutto questo durerà all’incirca fino ai primi anni del Novecento, quando tra l’altro si assiste alla comparsa sulla scena del mondo di alcune invenzioni epocali: l’aereo, la radio e … la mitragliatrice.

Anche il cinema e la psicoanalisi, a Parigi e a Vienna, nel cuore d’Europa e in quel 1895 che sembra il culmine della “Belle Epoque”.

Poi. Tutto comincia a precipitare: la Teoria della relatività è l’emblema della crisi crescente della scienza positivista “pura e dura”, la letteratura rifiuta sempre più di custodire o manifestare una qualche verità e “Il processo” di Kafka sembra la pietra tombale del pur sempre innocente sforzo romantico prima, verista poi, di dominare la visione del mondo.

Il “Titanic”, nel 1913, va inaspettatamente a picco nelle gelide acque dell’Atlantico, nelle quali di lì a poco i sottomarini tedeschi insidieranno le navi inglesi.

La letteratura allora diventa lo specchio del trauma, così come si compiace del gioco perverso di rovesciare il trono della Verità (e della Bellezza) e di fare posto alla menzogna sistematica, senza rimorsi. Quello che nella letteratura “alta” è gioco, in quella molto più terrena dell’intrattenimento e della propaganda diventa il gusto sistematico della menzogna, al servizio di pseudo-ideali superiori, prima di tutto la Patria-Nazione che chiama alle armi (e alla morte) milioni di giovani a partire dal fatale agosto 1914.

E la Psicoanalisi? Trauma e menzogna (involontaria ma pur sempre effettiva) sono al centro, nel cuore, della malattia dalla quale tutto prende origine. E’ quell’ isteria che non per nulla apparirà, a qualche luminare della psichiatria dell’epoca, niente altro che una forma sistematica di simulazione. Curare significa accettare la narrazione che dalle angosce isteriche riesce a manifestarsi.

Dei suoi casi clinici Freud non si vergognerà di affermare che sembrano romanzi.

Saranno i grandi viennesi, amici o meno della Psicoanalisi, gli scrittori che metteranno traumi e menzogne al centro della loro opera: Zweig, Schnitzler, Musil. Ma anche in Italia, misconosciuto, svetterà il genio di Svevo.

2

La prosa cristallina degli scrittori mitteleuropei, apparentemente lontana dalla sperimentazione di Joyce, o per altri versi di Proust, trafigge tuttavia il muro opaco delle menzogne collettive che costruiscono la leggenda ipocrita della felix Austria, come testimoniano anche Karl Kraus, Elias Canetti, Hugo Von Hofmannsthal. Forse mai come in questa parte del mondo si è vista una tale concentrazione di pensiero critico, anche se non sono mancate grandi menti scettiche in Inghilterra (Bertrand Russell tra tutti) o in Francia, con Anatole France.

Ma su tutti, si eleva lo sguardo acutissimo e paradossalmente pietoso di Kafka, colui che mette noi tutti di fronte alla terribile metamorfosi, forse tuttora in atto, di un mondo che ha perso il senso della verità umana, politica, esistenziale. Non meno feroce la lotta all’illusione e alla menzogna di Nietzsche, che si spinge “al di là del bene e del male” per resistere al fascino delle pseudo-mitologie correnti, che comincia allora con le opere-mondo di Wagner, ma proseguirà ben oltre, e ben peggio, con le gigantesche, mortifere macchine ideologiche del XX Secolo.

Un’analoga lotta per la verità, intesa come disvelamento, percorre del resto negli anni intorno al Novecento anche la filosofia, che affronta la crisi dei modelli imperanti (e in un certo senso imperialisti) della scienza positivista, partendo proprio da Vienna, con l’empiriocriticismo di E. Mach e il Circolo di Vienna, che sciamerà nel mondo anglosassone, come del resto farà Wittgenstein con il suo affilato rasoio “logico-philosophicus”.

Ma la lotta contro la menzogna e la falsificazione sistematica della verità diviene sempre più impari in quell’Europa che si avvia, complici l’assassinio politico (Jaurès) o la seduzione delle masse (in Italia, D’Annunzio), verso la tragica conflagrazione del 1914.

Se Anatole France fa di Ponzio Pilato una sorta di anti-eroe moderno e disperato (“Quid est veritas?” è la singolare domanda che egli rivolge a Cristo prima di consegnarlo ai suoi giudici-carnefici), certo non può che fotografare l’impotenza del pensiero scettico di fronte alla violenza prorompente della Storia.

E la Psicoanalisi? Il primo passo della clinica freudiana delle isterie è la scoperta del “falso nesso”, della involontaria menzogna che soggiace al sintomo nevrotico, dal quale occorre liberare il “malato” per restituirgli non la salute tout court, ma l’energia per combattere le proprie angosce. E ben presto l’impresa terapeutica si trasformerà nella scoperta-liberazione dalle colpe inesistenti, perché inconsce, o quanto meno diverse da quelle vissute consciamente, che hanno fino a quel momento abitato persecutoriamente la psiche del nevrotico.

Per tutta la sua opera, Freud insisterà sul valore di una “verità” intima e profonda, da sola capace di assistere l’Io contro le pretese dell’Es e la presa del Super-Io, istanza delle regole morali ereditate, ma anche fonte di pericolose idealizzazioni. Solo la Verità permette al Principio di Realtà di mantenersi saldo; e anche se oggi la Psicoanalisi sta adattando questo schema a ben diverse esigenze psichiche e sociali, una traccia importante di questa visione rimane pur sempre presente nella antropologia sottintesa che la terapia porta con sé.

Quando Freud, nell’ultima parte della sua vita, solleverà il suo sguardo verso i grandi temi della cultura e della società, si batterà contro una coorte di quelle che considera illusioni, prime fra tutte quelle che mantengono gli umani in uno stato di minorità, le idealizzazioni sul potere della civiltà o della religione, di per sé, nel far progredire l’umanità senza tenete conto della forza degli istinti e delle passioni che provengono dalle nostre origini animali. La sola ancora di salvezza per lui risiede, in definitiva, nella “flebile ma ostinata voce della ragione” e nel progresso della scienza, di cui la stessa Psicoanalisi fa parte con il suo metodo di ricerca e scoperta.

Può sembrare una visione antiquata del futuro, benché a suo modo persino ottimistica, ma in un contesto tutt’altro che consolatorio, dato che Freud è convinto ormai che Istinto di Vita e Istinto di Morte si contendano il dominio della psiche individuale come di quella collettiva, in un conflitto senza quartiere. I terribili traumi della seconda Guerra Mondiale non erano ancora prevedibili, ma certo sembrano avere confermato il versante pessimistico della sua analisi.

E ora? Siamo di nuovo a confrontarci con traumi che ritenevamo ormai impensabili, in un nuovo secolo approdato dapprima in un clima ottimistico, dopo che il”millennium bug” si era rivelato una simpatica presa in giro per quanti se ne erano preoccupati. Traumi e menzogne sono ricomparsi massicciamente nell’orizzonte pubblico e privato di ciascuno. Nuovi compiti si prospettano per Letteratura e Psicoanalisi, flebili, ma ostinate voci nella chiassosa vita dei nostri giorni.

Pietro Rizzi, Milano ottobre 2015.

 

A presto e buone letture!

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