Newsletter del 2 ottobre 2013

 

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Newsletter del 02/10/2013
a cura di Libreria Utopia

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In questo numero:

 


I CONSIGLI DI LUCIO MORAWETZ

Feltrinelli ripropone con grafica cambiata alcuni importanti classici del suo glorioso catalogo di saggistica. Forse non si sentiva il bisogno di vedere le copertine cambiate, ma può essere l’occasione per leggere o rileggere dei libri che hanno segnato profondamente la cultura degli ultimi decenni. Fra i libri riproposti segnalo questi due

Edward Said
Orientalismo,
Feltrinelli, 2013, 395 p., 10° ed.

Orientalismo di Edward Said si può considerare il precursore dei cultural studies,ed è un ripensamento dell’immagine che l’Occidente si è fatto per secoli dell’Oriente attraverso la letteratura, la storia, la filosofia e la filologia. Said giustamente rivela la matrice ideologica in senso etnocentrico di un’immagine di alterità radicale e inferiorità dell’Oriente, basti pensare ad esempio al giudizio di Hegel sull’India, secondo il quale si tratterebbe di un paese (immenso) senza storia, oppure all’idea di “dispotismo orientale” o modo di produzione asiatico in Marx come stato di irriducibile arretratezza. In altri casi l’Oriente è stato trasfigurato per par parlare dell’Occidente, come nelle Lettere Persiane di Montesquieu, oppure ne I gioielli indiscreti di Diderot. Ma c’è anche una componente di esotismo orientalista, per esempio in romanzi come Salmbò di Flaubert. Il principale obiettivo polemico Said sono però due iniziatori degli studi filologici di semitistica e arabistica, Silvestre de Sacy ed Ernest Renan di cui Said rileva gli stereotipi e i pregiudizi razziali rispetto allo stesso oggetto della loro ricerca. In generale l’immagine che gli orientalisti hanno dell’Oriente secondo Said è quella di un coacervo di popolazioni incapaci di rappresentare se stesse, destinate a uno stato di eterna minorità, popoli bambini fuori dalla storia incapaci di emanciparsi o bisognosi comunque dell’intervento di civiltà più evolute. Si tratta però di un libro controverso, molti orientalisti non hanno accettato di veder ridotta la loro disciplina a uno strumento dell’imperialismo culturale europeo e uno studioso come Robert Irwin (cfr Lumi d’Oriente) sembra volerci dimostrare che la filologia e la storia possono essere e sono un valido correttivo all’idea di impermeabilità fra le culture e allo stigma di inferiorità dato a tutto ciò che non è occidentale. Ma viene anche in mente il caso di Samir Kassir, l’intellettuale libanese ucciso dagli integralisti islamici dopo aver scritto il saggio L’infelicità araba, in cui rilevava come un atteggiamento molto diffuso nelle società civili del mondo arabo sia il vittimismo e che il vittimismo impedisca la loro possibilità di autogoverno.In conclusione ritengo che l’opera di Said abbia utilmente segnato la storia delle idee e l’opinione pubblica in un periodo storico contrassegnato dall’idea di scontro di civiltà come destino inevitabile, soprattutto perché l’autore non era interessato ad abolire le differenze fra le culture ma a individuarne la permeabilità e le somiglianze. Per noi occidentali leggerlo significa fare un proficuo esercizio di “etnocentrismo critico”

Michel Foucault,
La volontà di sapere – storia della sessualità vol. 1
Feltrinelli, 2013, 142 p., 17° ed.

La volontà di sapere, primo volume della sua storia della sessualità in occidente, è uno dei libri in cui meglio e più chiaramente possiamo capire uno dei nodi concettuali più importanti del pensiero di Foucault: come un fenomeno, in questo caso la sessualità, diventa oggetto di discorso, di sapere, in che modo si organizza un campo di conoscenza. E’ significativo che Foucault prenda spunto dall’analisi del discorso sulla sessualità nell’età vittoriana; mai come in quel tempo il sesso fu censurato (si coprivano le gambe dei tavolini) e mai come a quel tempo se ne parlò, quasi in maniera ossessiva, se ne fece oggetto di studio meticoloso, si organizzarono istituzioni, si diedero regole e interdizioni, se ne fece una questione di potere. Il nesso sapere/potere è appunto il nucleo concettuale e metodologico che ha da sempre attraversato il pensiero di Foucault a partire dalla sua storia della follia, per arrivare alla riflessione sulla biopolitica nelle società liberali. Questo nesso è il fondamento di un altro importante concetto della riflessione foucaltiana, il dispositivo. Ma per capire meglio cosa Foucault intenda per potere cito alcuni passi del pensatore francese che mi sembrano significativi: “il potere non è qualcosa che si acquista, si strappa, si condivide…il potere si esercita da innumerevoli punti, e nel gioco di relazioni disuguali e mobili…le posizioni di potere non sono in posizione di esteriorità rispetto ad altri tipi di rapporti ma sono ad essi immanenti…il potere viene dal basso…non c’è all’origine delle relazioni di potere un’opposizione binaria fra dominanti e dominati…le relazioni di potere sono contemporaneamente intenzionali e non soggettive” quest’ultima frase sta a significare che il dispositivo con cui si esercita il potere è contemporaneamente automatico (si tratta di una macchina che funziona “da sola”) e spontaneo: naturalmente, istintivamente siamo parte di un meccanismo nato da una decisione “a priori”, ma non c’è uno “stato maggiore della razionalità” all’origine, si tratta di un complesso fenomeno sociale. Ciò che colpisce soprattutto in Foucault è l’aver rilevato una costante della nostra cultura dall’età moderna, vale a dire la duplicità del rapporto fra assoggettamento e soggetivazione. Possiamo essere liberi, individui sovrani, soggetti, solo nella misura in cui siamo assoggettati e possiamo essere assoggettati solo se siamo liberi.

 


SABATO 5 OTTOBRE: PRESENTAZIONE DI MADAGASCAR DI MARIUS IVAŠKEVIČIUS

Sabato 5 ottobre, alle ore 18,30 presentazione del libro Madagascar del drammaturgo lituano Marius Ivaškevičius.

Intervengono: Marius Ivaškevičius, drammaturgo lituano, Laura Bevione, critico della rivista teatrale “Hystrio”, Stefano Moretti e Toma Gudelytė, traduttori in italiano dell’opera del drammaturgo.

La discussione verrà intervallata con alcune letture dell’opera a cura di Stefano Moretti attore e regista della compagnia Gli Incauti, che ha prodotto la messa in scena italiana della prima parte dell’opera.

Madagascar è un’isola utopica.
Madagascar è un’opera teatrale.
In Madagascar l’isola del palcoscenico cambia di continuo forma e fattezze, portandoci dalla Lituania oppressa e povera dei primi del Novecento a Parigi, a Hollywood, fino ad approdare nell’isola esotica che dà il titolo alla pièce.
In questa commedia, scritta e rappresentata in Lituania nel 2004, Ivaškevicius narra con ironia l’ambizioso progetto di Kazys Pakštas, geopolitico lituano che pensò di trasportare in massa il suo popolo in Madagascar. Siamo alle soglie della Seconda Guerra Mondiale, russi, tedeschi e polacchi minacciano la Lituania e Scherzo, parodia di Pakštas, cerca una terra dove ricostruire una società pacifica e libera.
Madagascar non è solo un’isola irraggiungibile per un popolo oppresso, è anche la storia del naufragio di una generazione di intellettuali travolti da ideologie più grandi di loro. Uomini e donne che, come noi oggi, spesso hanno la sensazione che tutto stia per cambiare o che tutto, forse, è già cambiato senza che nessuno se ne sia accorto

Nel maggio 2011, in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, la prima parte della commedia Madagascar (pubblicato dall’Editore Titivillus di Pisa) è stata messa in scena dalla compagnia bolognese Gli Incauti. Lo spettacolo ha vinto il premio “Residenze Creative” 2011 del Teatro Garybaldi di Settimo Torinese, dove ha debuttato, ed è stato presentato in Lituania al Festival Internazionale di Klaipėda e al Fluxus Ministerija di Vilnius.

Marius Ivaškevičius (1973) in un’intervista, tempo fa, aveva detto che la sua era la generazione “ritrovata”, per opporsi alla Lost generation di Hemingway. Ha accettato coraggiosamente la sfida di fare il giovane scrittore in un paese giovane e ci è riuscito. È piuttosto ottimista nei confronti della situazione odierna lituana. Nell’ambito letterario, è forse tra i più laboriosi: scrittore, giornalista, drammaturgo, regista teatrale e cinematografico. Ha debuttato nel 1998 con una raccolta di racconti brevi ma il suo libro più scandaloso è stato il romanzo Žali (I Verdi). Racconta la storia di un noto comandante partigiano che viene però ritratto molto più umano e meno eroico di quanto all’epoca si credesse. Nonostante le critiche al libro, Ivaškevičius continua a scandagliare le questioni della storia e dell’identità nazionale. Come drammaturgo, ha riscosso un certo successo sia in patria che all’estero. Si è anche cimentato nella regia delle proprie produzioni teatrali. Più recentemente si è dedicato al cinema girando sia film documentari sia film a soggetto.

A presto e buone letture!

 

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