Newsletter del 18 febbraio 2014

 

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Newsletter del 18 febbraio 2014
a cura di Libreria Utopia

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In questo numero:


I CONSIGLI DI LUCIO MORAWETZ

3
E’ non è subito sera

di Jenny Erpenbeck,
Ed. Zandonai

La signora Hoffmann, che nell’epilogo del romanzo muore a 90 anni e un giorno, è la bambina che muore nelle prime pagine. Durante il funerale, il piccolo monte di terra sulla bara della piccola aumenta fino a trasformarsi in una montagna, perché con la bambina muoiono anche tutte le possibilità che la sua vita avrebbe potuto avere. La casuale frizione con una manciata di neve le salva la vita, ed è il primo snodo di questo romanzo scritto al condizionale. Nata nella Galizia austriaca all’inizio del 900 da un’ebrea e da un funzionario dello stato asburgico di religione cristiana, sfugge miracolosamente a un pogrom di cui rimarrà sempre la traccia lasciata da una pietra lanciata dagli aggressori, che scalfisce il nono volume delle opere complete di Goethe di proprietà della madre, e che la signora Hoffmann porterà sempre con sé.
Il padre studierà e compulserà maniacalmente un rapporto governativo intitolato Osservazioni sul terremoto in Stiria per trovare la correlazione fra i movimenti della terra e le vite degli individui. In seguito incontriamo la signora Hoffmann prostituirsi per fame a Vienna subito dopo la grande guerra, aiutare un suicida per amore a farla finita , ma fallire nel tentativo di fare altrettanto, acquisire una coscienza politica nelle file del partito comunista austriaco, fuggire in Unione Sovietica e scrivere innumerevoli autobiografie per emendare dal suo passato qualsiasi sospetto di trockismo. Sarà poi traduttrice di poeti sovietici per una rivista letteraria in tedesco pubblicata a Mosca, e lei stessa affermata autrice di romanzi (uno di questi intitolato Sisifo l’accompagnerà tutta la vita) racconti e opere teatrali nella Germania riunificata, avrà un figlio e morirà in tarda età di infarto, cadendo dalle scale e di vecchiaia nella stanza della sua casa di riposo. Morirà e vivrà tante volte, sarà felice e disperata, famosa e perseguitata e da piccola le sembrò che la terra fosse una palatschinka*, e di essere un granello di zucchero in bilico sulla sua superficie.
*tipica omelette austriaca

Jenny Erpenbeck (1966) è nata a Berlino Est ed è l’ultima erede di una dinastia di intellettuali della DDR. Il padre John era fisico e filosofo, la madre, Doris Kilias, traduttrice dall’arabo, mentre i nonni, Fritz Erpenbeck e Hedda Zinner, entrambi scrittori. Dopo una breve parentesi all’Università Humboldt di Berlino, intraprende gli studi di Regia presso il conservatorio Hanns Eisler, dove è allieva, tra gli altri, di Peter Konwitschny, Ruth Berghaus e Heiner Müller. Parallelamente all’attività di scrittrice, Erpenbeck coltiva la vocazione per il teatro musicale, che la porta a dirigere, tra gli altri, opere di Schoenberg, Monteverdi, Bartók e Mozart.
Il suo esordio letterario è Geschichte vom alten Kind (Storia della bambina che volle fermare il tempo, 1999). Con il pluripremiatoHeimsuchung (Di passaggio, 2008), tradotto in una quindicina di lingue, si impone definitivamente sulla scena letteraria internazionale, ottenendo un sorprendente successo di pubblico e di critica anche oltreoceano.

3
La meravigliosa vita di Jovica Jovic

di Moni Ovadia, Marco Rovelli,
Ed. Feltrinelli

I Rom sono i diversi per eccellenza della storia del mondo, più degli ebrei e di qualsiasi altra minoranza etnica, linguistica, religiosa. Da sempre perseguitati e da sempre costretti alla fuga, “il popolo del vento” non ha scelto la vita nomade come life-style per motivi esistenziali o estetici (come vogliono tanti benpensanti nelle loro analisi sociologiche da bar): provenienti dal nord dell’India furono costretti a numerose ondate migratorie a partire dalla conquista persiana (V sec. a.c.) per poi disperdersi a macchia d’olio soprattutto nei balcani e nel Peloponneso. Alla fine del 300 molte comunità romanes erano stanziali nel Peloponneso in una terra chiamata “piccolo Egitto” e perciò venivano definiti “Egiziani”, da cui l’inglese gypsy, lo spagnolo gitano. Anche il termine zigano ha un’origine greca: per molto tempo i Rom furono assimilati agli athigani, una setta manichea nomade, che praticava la magia e non si mischiava con altre popolazioni. Fino ad arrivare ai nostri giorni e alla loro persecuzione e distruzione da parte dei nazisti (il numero delle vittime Rom nei campi di sterminio nazisti è incalcolabile: si parla di almeno 500.000, ma sono di sicuro molti di più) la storia dei Rom è stata contrassegnata dal portare tutti i nomi che gli altri vollero dar loro (uno per tutti zingaro, che è un termine dispregiativo per gli stessi Rom), dallo stigma di una irriducibile diversità e dal sopravvivere grazie ad un’arte di vivere le cui componenti sono la generosità come collante del legame sociale, la tradizione orale, la lingua e la musica. Abbiamo avuto la fortuna e l’onore di conoscere il protagonista del libro di cui state leggendo la recensione, e le cose che ci ha raccontato (e che il libro racconta) e la musica che ha suonato per noi quella sera, hanno aperto un varco di comprensione di un mondo altro, ma che si può capire e conoscere se lo si ascolta con rispetto. L’impressione avuta dalla lettura di questo libro, frutto dell’invito di Jovica Jovic a Moni Ovadia e Marco Rovelli di trasformare il racconto orale della sua vita, torrenziale e affabulante, in qualcosa di scritto, è che nella cultura Rom tutto sia rovesciato e più immediato che nella cultura occidentale. Il rapporto con il denaro e l’idea di ricchezza per esempio, sembrano capovolte rispetto all’occidente capitalistico: si è ricchi non perché si hanno tanti soldi ma perché si è generosi e si hanno tanti amici. Il denaro non domina le loro esistenze ma torna ad essere, se mai lo è stato, un mero mezzo per avere dei beni e la ricchezza e il prestigio sociale sono commisurate alla capacità di donare, non al denaro accumulato. Un altro caso di capovolgimento e di maggiore immediatezza è la concezione dell’ospitalità: dovere sacro fin dall’antichità, non va elargita tanto a chi si conosce ma per essere veramente tale, a chi non si conosce, allo straniero. E la musica, per noi sempre eccessiva nei toni, o troppo drammatica o troppo allegra, va suonata a orecchio “non con le note, ma con il cuore. Chi suona con il cuore quello che sente, piange. Prima piange quello che suona, poi piange quello che sente” secondo le parole di Jovica Jovic. E se queste parole vi sembrano sentimentalistiche considerate che le ha dette il figlio di un deportato ad Auschwitz che lì compose una canzone intitolata “Non dimenticateci” e che Jova ritrovò anni dopo la morte del padre, e che visse suonando a matrimoni, feste e funerali, fu molto felice e visse grandi drammi (la guerra in Jugoslavia che lo fece riparare in Italia, per esempio) ma che trova, a ragione, la sua vita meravigliosa. A proposito di discrimazione contro i Rom, e a dimostrazione che il razzismo ha possibilità infinite, concludo ricordando cosa Goebbels diceva degli italiani (alleati dei tedeschi) “Sono degli zingari vestiti da camerieri”.

Salomone “Moni” Ovadia (Plovdiv, 1946) è un attore teatrale, drammaturgo, scrittore, compositore. È cresciuto musicalmente con Roberto Leydi e Sandra Mantovani. L’esordio teatrale è del 1984. La grande svolta è lo spettacolo Oylem Goylem (“Il mondo è scemo” in yiddish), con cui si impone all’attenzione del grande pubblico. Lo spettacolo nel 2005 verrà pubblicato in dvd da Einaudi. Ha scritto numerosi libri tra cui Perché no? L’ebreo corrosivo (Bompiani, 1996), L’ebreo che ride. L’umorismo ebraico in otto lezioni e duecento storielle (Einaudi, 1998), Lavoratori di tutto il mondo, ridete. La rivoluzione umoristica del comunismo (Einaudi, 2007), Il conto dell’ultima cena. Il cibo, lo spirito e l’umorismo ebraico (con Gianni Di Santo; Einaudi, 2010). Per “Audiolibri – Emons Feltrinelli” ha letto La cotogna di Istanbul (2011) di Paolo Rumiz.

Marco Rovelli (Massa, 1969) è scrittore e musicista. Ha pubblicato nel 2006, con il libro Lager italiani (Rizzoli), un “reportage narrativo” interamente dedicato ai centri di permanenza temporanea (cpt), raccontati attraverso le storie di coloro che vi sono stati reclusi. È del 2008 Lavorare uccide (Rizzoli), mentre nel 2009 ha pubblicato Servi (Feltrinelli), il racconto di un viaggio nei luoghi e nelle storie dei clandestini al lavoro. Collabora con “il manifesto” e “l’Unità”, su cui tiene una rubrica settimanale. In campo teatrale, dal libro Servi Marco Rovelli ha tratto, nel 2009, un omonimo “racconto teatrale e musicale” che lo ha visto in scena insieme a Mohamed Ba, per la regia di Renato Sarti del Teatro della Cooperativa.

3La vita perfetta di William Sidis
di Morten Brask,
Ed. Iperborea

William James Sidis fu probabilmente l’uomo più intelligente del mondo. Dotato di quoziente di intelligenza astronomico, ammesso che l’intelligenza si possa misurare, fu educato sin dalla più tenera età dal padre e dalla madre, ebrei di origini ucraine immigrati in America, secondo un radicale metodo pedagogico mutuato dal pragmatismo americano: imparare da soli per prove ed errori tutto quanto un bambino può imparare. I risultati nel caso di Sidis furono eccezionali: legge a 18 mesi il New York Times, impara a 4 anni, da solo, greco e latino, inventa una lingua con tanto di grammatica, scrive saggi di matematica e a 11 anni presenta a Harvard una teoria sulla quarta dimensione.
Ma che ne è dei bambini prodigio quando non sono più bambini? Nel caso di Sidis, avvicinatosi per caso e per amore alle idee rivoluzionarie del Partito Socialista di Eugene Debs e comunque sempre emarginato dai coetanei per la sua superiore intelligenza, la sua profondissima timidezza e incapacità di avere amici, la vita fu un caso di esistenza mancata. Emarginato e perseguitato per le sue idee politiche, non fu felice che per qualche fugace attimo, e fece di tutto per essere lasciato nell’ombra. Solo una profonda solitudine poteva rendere la sua vita “perfetta”, autosufficiente e protetta dalle aggressioni del mondo esterno. E’ un romanzo commovente che ci invita a porci delle domande di ordine “filosofico”: quanto è giusto 3sviluppare al massimo le nostre facoltà, e nel caso di Sidis le facoltà di un bambino, senza quell’elemento di gioco che ci rende liberi (Sidis non giocava mai)? E a cosa serve sapere così tante cose se questo non ci rende felici? Lascio queste domande aperte e ricordo un caso analogo a quello di Sidis, che non è Leopardi, come forse qualcuno poteva pensare leggendo la riga precedente (il genio di Leopardi era diverso e forse superiore, era la comprensione che la conoscenza è di per sé dolore) ma John Stuart Mill, che sin da piccolo fu costretto dal padre James (fondatore insieme a Bentham dell’utilitarismo) a studiare in media 10-12 ore al giorno. Il risultato fu un gravissimo esaurimento nervoso e una profonda crisi esistenziale intorno ai vent’anni. Sono altresì convinto che lo studio sia ricompensa a se stesso, ma che non necessariamente ci renda persone migliori, più felici e forse neanche più intelligenti.

Morten Brask (1970), laureato in cinema, giornalista per le maggiori testate danesi, autore di saggi e reportage di viaggio, ha conquistato pubblico e critica con il suo debutto letterario. La vita perfetta di William Sidis è il suo primo romanzo pubblicato in Italia.

A presto e buone letture!

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