Newsletter del 19 marzo 2014

 

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Libreria Utopia via Vallazze,34 Milano MM Piola libreriautopiamilano@gmail.com

Newsletter del 19 marzo 2014
a cura di Libreria Utopia

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In questo numero:


I Consigli di lettura di Lucio Morawetz

3Maria Todorova,
Immaginando i Balcani
Argo Editrice

Nel 1914 la Carnegie Endowment for International Peace pubblicò una relazione di inchiesta sulle origini e la cause delle guerre balcaniche del 1912-13, nel 1993 la Carnegie Endowment, in occasione della guerra che stava insanguinando la ex Jugoslavia pubblicò la stessa relazione aggiungendovi un sottotitolo-Le altre guerre balcaniche- e una prefazione di George Kennan, ambasciatore americano in Urss, dal titolo The Balcan crisis: 1913-1993.
Immaginare che un’area geografica chiamata Balcani in 80 anni di storia non abbia mai subito l’influenza della storia del resto dell’Europa e del mondo e che anzi le guerre che vi si verificarono siano ascrivibili e spiegabili con un unico fenomeno storico in atto dal 1912 al 1990, è un abuso dell’idea dei tempi lunghi della storia, ma soprattutto è la costruzione di un’ imago dei Balcani, cioè una rappresentazione inconscia che serve da prototipo per le rappresentazioni della coscienza ma che dell’inconscio mantiene l’imprecisione, la variabilità e la contraddittorietà. L’imagologia è infatti lo studio dell’immagine letteraria dell’”altro”, ed è una nuova disciplina che afferisce alla storia, all’antropologia, alla filosofia e il cui materiale sono soprattutto documenti in grado di rivelare quali siano le idee più diffuse su un certo argomento in un determinato periodo storico. Nel caso dei Balcani questo materiale sono stati soprattutto i resoconti di viaggiatori inglesi e americani dall’inizio dell’800 ai nostri giorni, oltre che naturalmente i “veri” documenti storici e geografici e la letteratura locale. Definire cosa sono i Balcani e dare ragione dell’origine di parole dalla connotazione semantica negativa come “balcanizzazione” significa farne foucaultianamente l’archeologia: cioè l’analisi della nascita e dello sviluppo del rapporto “al tempo stesso non visibile e non nascosto” fra formazioni discorsive e non discorsive. Balkan è il termine turco per indicare l’Haemus, la catena montuosa 3che i geografi dell’antichità ritenevano congiungesse la Tracia all’Adriatico e che progressivamente, a partire dalla fine del 700 i libri di viaggio e la geopolitica utilizzarono per indicare un’area geografica dai confini incerti come incerta è la sua koinè storico-culturale, pressappoco rintracciabile in quello che rimane dopo la fine degli imperi asburgico e ottomano. Balcani e balcanico sono però significanti aleatori, l’oggetto che designano varia incessantemente, quasi che quella porzione di terra sia elastica, e l’unico paese balcanico i cui abitanti si definiscono tali è la Bulgaria.
I primi viaggiatori che si avventurarono nei Balcani, che li scoprirono e li fecero scoprire al resto d’Europa partirono con la speranza e il pregiudizio positivo di trovarvi una sorta di Oriente in Europa, oppure i resti intonsi e incontaminati della cultura classica; altri ancora, con spirito missionario intendevano trovare cristiani da salvare dal giogo ottomano in Alabania e Bulgaria soprattutto, e furono proprio questi a diffondere il luogo comune della minorità civile e morale dei popoli balcanici rispetto ai turchi ottomani, con uno strano effetto di etnocentrismo al contrario: gli ottomani oppressori sono meglio dei “nostri” oppressi, perché più leali, onesti e affidabili in quanto sudditi di uno stato ben organizzato.
Lo stigma di balcanico è molteplice: dal punto di vista3 psicologico e morale indica popoli immaturi, incapaci di autogoverno e dediti alla violenza, dal punto di vista politico indica forme di nazionalismo estreme, di frammentazione e di conflitto endemico, tragicamente in ritardo con la storia: mentre gli altri stati europei poterono nazionalizzarsi con agio nel corso della modernità, dapprima conseguendo l’omogeneità etnico-religiosa ( vedi la riconquista spagnola, l’espulsione degli ebrei dall’Inghilterra nel XII secolo, le guerre di religione in Germania e Francia), sviluppando in solidi stati dinastici una borghesia sempre più forte e che fece delle rivendicazioni nazionali la propria bandiera ideologica, dobbiamo aspettare un secolo per assistere a un analogo fenomeno per i Balcani in forma più apparentemente esacerbata. Nella costruzione dell’immagine dei Balcani la violenza, la barbarie e l’arretratezza culturale sembrano essere dati non emendabili tanto che il termine balcanico è usato sempre e solo con un’accezione negativa e viene utilizzato a scopi denigratori.
Ma se è vero che dare un nome a qualcosa è un tentativo di spiegare e dare ordine al mondo conferendogli riconoscibilità e prevedibilità con la consapevolezza dell’arbitrarietà di questa operazione, è tuttavia sorprendente che anche grandi intellettuali come Kundera, Havel, Milosz siano rimasti vittime di questo pregiudizio. Infatti nel saggio collettivo (che era soprattutto un manifesto politico anti-sovietico) del 1989 intitolato In serarch of Central Europe, fecero un uso politico della semantica e della geografia rivendicando la loro appartenenza alla nobile cultura della mitteleuropa e negando qualsiasi relazione con l’Est – un Est che nella sua massima espressione era l’Unione Sovietica ma che cambiava a seconda del paese di provenienza di chi parlava: in Europa centrale ci sarà sempre qualcuno più a est, più balcanico di un altro, tanto da far commentare a Timothy Garthon Ash “L’Europa Centrale raccoglie tutti i “Dichter und Denker”(poeti e pensatori), mentre l’Europa orientale rimane con i “Richter und Henker” (giudici e carnefici).


Venerdi’ 21 marzo, ore 18,00, presentazione di Francesco Ghezzi, un anarchico nella nebbia. Dalla Milano del teatro Diana al lager in Siberia, di Carlo Ghezzi, Ed. Zero in condotta

3Carlo Ghezzi,
Francesco Ghezzi, un anarchico nella nebbia. Dalla Milano del teatro Diana al lager in Siberia
Ed. Zero in condotta

Francesco Ghezzi è un operaio milanese, un anarchico, fuggito dall’Italia per sottrarsi alla “giustizia” fascista e approdato, dopo lunghe peregrinazioni in vari paesi europei, nell’Unione Sovietica, sicuro di trovarvi condizioni di una vita migliore, e di poter contribuire a quel grande processo di emancipazione sociale che aveva entusiasmato il proletariato di tutti i paesi. Una storia comune, la sua, a quella di altri rivoluzionari che, pur partendo da esperienze diverse, ripararono, col cuore gonfio di speranza, nel “paradiso socialista”.
Si sa che per loro le cose non andarono affatto così, perché, nonostante alcuni innegabili miglioramenti nelle condizioni di vita del miserabile proletariato russo, una pesantissima cappa di oppressione si sarebbe abbattuta sulla nuova società, finendo con l’annullare il significato stesso di quella grandiosa esperienza in una paranoica paura verso qualsiasi forma di dissenso se non, addirittura, di critica. Francesco Ghezzi fu una delle tante vittime di questa mostruosa degenerazione, ma fu una vittima indomita e mai rassegnata, una vittima esemplare. Questo libro ne ripercorre la vicenda umana.

Qui potete leggere la recensione di Corrado Stajano apparsa sul “Corriere della sera” del 30 gennaio 2014

Intervengono Carlo Ghezzi e Maurizio Antonioli

Carlo Ghezzi, già segretario confederale della CGIL è oggi presidente della Fondazione Giuseppe Di Vittorio.


Sabato 22 marzo alle 18,30 presentazione di LOL:-)) Labour of Love – Come nascono i libri
3Labour of Love è una fatica che si affronta per il piacere che procura un obiettivo.
Labour of Love è una serie di incontri che si terranno alla libreria Utopia di Milano, nel corso dei quali le case editrici apriranno le porte ai lettori, parlando di come nasce e si produce un libro: editori, editor, grafici e redattori parleranno del loro lavoro.
Il 22 marzo 2014, alle 18:30, l’editore Riccardo Duranti (lui: il traduttore italiano di Carver) ci parla del suo Labour of Love, la Coazinzola Press: la storia, l’immagine grafica, la selezione dei manoscritti. Raffaella Valsecchi, art director di Coazinzola, ci spiegherà come si affronta il progetto grafico di un libro.
Presentiamo Fuori posto, il libro di Stella Sacchini che con 3Coazinzola ha esordito, e tutte le cose, immagini e parole, che si sono costruite attorno al testo.
E a concludere la serata arriverà Franca Cavagnoli (la traduttrice di Coetzee, di Morrison, di Naipaul, sì!).

La rassegna nasce dalla collaborazione tra l’editor Anna Albano e Lucio Morawetz


CHE C’AZZECCANO ULIANO LUCAS E VERTIGINE? IL CUORE A MILANO

Contributo a cura di Roberto Ferro

Per rimanere in ambito cinematografico, Erica Arosio e Giorgio Maimone riescono sempre a compiere un miracolo! Appassionano a tal punto il pubblico da rendere palpitante ed emozionante la presentazione di Vertigine (Dalai Ed), giovedì, presso la Libreria Utopia, Via Vallazze 14, Milano .

Gli autori si sono rivelati di una semplicità ed immediatezza (quasi) disarmanti. Immediati e intensi i due attori, Giulia Faggioni e Daniele Monachella, compagni di ventura sin dalla presentazione multimediale di Vertigine al Franco Parenti. Due giovani professionisti in grado di tratteggiare con poche intense parole, in ogni situazione, personaggi e situazioni.

Con stupore ed un pizzico di commozione semplicità ed immediatezza, il pubblico ha soprattutto avuto l’onore di condividere i ricordi di vita e professionali del grande fotografo Uliano Lucas, in grado con poche parole di contraddire luoghi comuni radicati nell’opinione pubblica milanese e non. Come si presentava Milano nell’immediato dopoguerra? Quali differenze esistevano tra la Milano che precedeva il boom economico, tutta da ricostruire, e la città trasformata dall’immigrazione?

Oltre i protagonisti di Vertigine, Greta, Tom e Marlon, la Triade, si pone Milano, inimmaginabile per quanti vi vivono e lavorano al giorno d’oggi. Più povera, certamente, classista, sospesa tra passato e futuro tanto come stile di vita quanto come urbanistica (basti pensare alla scellerata ormai prossima chiusura dei Navigli).

“Francamente. Milano è una brutta città” – ha esordito Uliano Lucas, testimone diretto di molti eventi -”Cresciuta sulla retorica perché quando si arrivava o lavoravi e ti affermavi, oppure eri buttato fuori, rifiutato e andavi ad ingrossare le fila degli emarginati. Milano era Taveggia con la borghesia nera, Via Madonnina, Brera, Via Fiori Chiari e Fiori Scuri.. Pensiamo che in queste ultime vie esistevano le case chiuse che, una volta approvata la legge Merlin, divennero dormitori per i meridionali che arrivavano soli”.

3Milano era una città “strana”. Metà abitanti dell’hinterland e non solo, gli immigrati che risiedevano a Rho, Baggio, Sesto San Giovanni, Cologno Monzese non aveva mai visto Piazza Duomo. Di fatto, la città si fermava ai Navigli ed alla Circonvallazione. “Così come molti milanesi ancor oggi non conoscono affatto l’Hinterland!” – ha concluso Uliano Lucas.

“Il Jamaica, lo storico locale nominato in Vertigine” – ha proseguito il grande fotografo – “era veramente la fucina intellettuale di Milano prima che nascesse l’industria editoriale e culturale di Mondadori, Feltrinelli. Vi 3sostavano scrittori, economisti e poeti, con le conseguenti ore di lezione… Alle 11,00 lezione di astrattismo geometrico, alle 16,00 c’era scuola di giornalismo..Lezioni tenute da grandi artisti o studiosi, si intende!”

Vertigine è un romanzo sfaccettato: noire, saga familiare, storia d’amore, racconto erotico… Un ruolo di rilievo è rivestito dalle portinaie, dal loro parlare in dialetto milanese..Vertigine é anche, tuttavia, un racconto che descrive un preciso contesto politico..

“Le portinaie erano delle gran spione” – ha proseguito Uliano Lucas – “ ed hanno rovinato tanti di quei matrimoni… In Vertigine poi si parla un dialetto milanese colto, pulito, anche se ormai la borghesia iniziava i figli all’italiano per distinguerli dai ragazzi che erano destinati, a 14 anni, alla fabbrica. Si entrava in fabbrica a 14 anni e si usciva dopo 30 – 35 anni senza possibilità di riscatto”.

3Vertigine è un romanzo credibile e godibile, dunque, non solo per la capacità espositiva di Erica Arosio e Giorgio Maimone ma per il suo attingere direttamente dalla memoria collettiva come in occasione dell’incontro con Uliano Lucas.

 

A presto e buone letture!

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